Il Financial Times cita una stima secondo la quale, entro il 2027, la crescita dell’IA potrebbe arrivare a produrre un aumento del prelievo idrico compreso tra 4,2 e 6,6 miliardi di metri cubi all’anno, più o meno la metà del consumo attuale nel Regno Unito

Il boom dell’intelligenza artificiale ha scatenato accese discussioni sulle sue possibili conseguenze apocalittiche, dalla scomparsa di milioni di posti di lavoro al rischio che le macchine possano sfuggire al controllo degli esseri umani e dominare il pianeta, ma finora relativamente poca attenzione è stata dedicata a un aspetto molto più concreto e immediato: il suo crescente impatto ambientale. I software come ChatGpt richiedono centri dati estremamente potenti, che consumano enormi quantità di energia elettrica. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia i centri dati, l’intelligenza artificiale e le criptomonete sono responsabili del 2% del consumo mondiale di elettricità, un dato che potrebbe raddoppiare entro il 2026 fino a eguagliare il consumo dell’intero Giappone. Questa crescita sta già mettendo in crisi le reti elettriche di alcuni paesi, come l’Irlanda, che dopo aver cercato per anni di attirare i giganti del settore dell’informatica, ha recentemente deciso di limitare le autorizzazioni destinate ai nuovi centri dati. I server hanno anche bisogno di grandi quantità di acqua per il raffreddamento. Il Financial Times cita una stima secondo la quale, entro il 2027, la crescita dell’IA potrebbe arrivare a produrre un aumento del prelievo idrico compreso tra 4,2 e 6,6 miliardi di metri cubi all’anno, più o meno la metà del consumo attuale nel Regno Unito. Le aziende del settore hanno posto l’accento sul ruolo fondamentale che l’intelligenza artificiale potrebbe ricoprire nella lotta alla crisi climatica e ambientale: le sue applicazioni possono essere usate per aumentare l’efficienza delle industrie, dei trasporti e degli edifici, riducendo il consumo di energia e di risorse, e la produzione di rifiuti. Secondo le loro stime, quindi, la crescita dell’impatto ambientale netto dell’IA è destinata a rallentare per poi invertirsi. Ma alcuni esperti, intervistati da Undark, sono scettici, e citano il paradosso di Jevons, secondo il quale rendere più efficiente l’uso di una risorsa può aumentare il suo consumo invece di ridurlo. Qualora i servizi dell’intelligenza artificiale dovessero diventare estremamente accessibili, il loro uso potrebbe aumentare talmente tanto da cancellare qualunque effetto positivo. A complicare la valutazione vi è anche la scarsa trasparenza delle aziende, che rende difficile quantificare l’impatto dei servizi e la validità delle iniziative per aumentarne la sostenibilità. Le cose, tuttavia, potrebbero presto cambiare. L’AI Act, approvato a febbraio dall’Unione Europea, obbligherà, infatti, le aziende a riferire in modo dettagliato il loro consumo di energia e di risorse a partire dal 2025, e il Partito Democratico statunitense ha da poco presentato una proposta di legge simile, affinché tale argine divenga presto realtà anche oltreoceano.