Un articolo di Donato Bonanni, Presidente dell’Associazione Ripensiamo Roma

Nell’estate del 2022, la giunta capitolina (grazie ai poteri commissariali concessi dal precedente Governo Draghi) decise di dotare Roma di un termovalorizzatore, al fine di chiudere correttamente il ciclo dei rifiuti sul proprio territorio. Tale scelta scatenò la reazione dura di associazioni locali, comitati di quartiere, di Comuni dell’hinterland romano, creando anche una spaccatura interna alle coalizioni partitiche di destra e sinistra. Tuttora, il dibattito sul recupero energetico e sulla tecnologia interessata è molto acceso, con posizioni denigratorie da parte di certi ecologisti da loft e dell’integralismo ambientalista. Secondo queste ultime falangi, i termovalorizzatori impatterebbero negativamente sulla salute pubblica e sull’ambiente circostante, rilasciando emissioni inquinanti, e rallenterebbero il processo virtuoso di prevenzione dei rifiuti, riuso dei beni e recupero di materia, orientato verso l’economia circolare. La realtà è semplicemente un’altra. Per quanto concerne il primo punto, le più recenti analisi scientifiche effettuate per i Comuni italiani interessati dalle installazioni di queste tecnologie, rilevano come gli impatti sopra evidenziati risultino poco significativi, con valori di emissioni atmosferiche sotto i limiti previsti dalla normativa (da segnalare come l’intero processo sia periodicamente controllato dalle autorità pubbliche). Parallelamente a questi studi, diverse aziende/multiutility che operano nell’ambito della gestione dei rifiuti, hanno introdotto progetti sperimentali inerenti alla biodiversità, legati al ruolo delle api nelle zone adiacenti ai termovalorizzatori. Questi piccoli e operosi animali sono molti sensibili ai cambiamenti creati dagli agenti inquinanti e sono, per questo, in grado di segnalare precocemente l’insorgenza di instabilità per la biodiversità stessa e per la salute umana. In presenza di queste tecnologie, le api riescono a vivere benissimo e producono un ottimo miele, un dato non casuale. Tutto questo per dimostrare che gli impianti di termovalorizzazione sono sostenibili e sposano pienamente i princìpi dell’economia circolare. Per quanto riguarda il secondo punto, la valorizzazione energetica è complementare alla diminuzione dei rifiuti, al riuso dei beni e al riciclo, e incide significativamente sulla riduzione, portando, talvolta, all’annullamento, dello smaltimento in discarica. Quindi, i termovalorizzatori non impediscono la crescita del riciclo: i recenti dati ISPRA (anno 2022) dimostrano che nelle regioni del Nord Italia le percentuali di raccolta differenziata e quelle di riciclo sono elevate anche in presenza dei termovalorizzatori, che trattano i rifiuti residui non riciclabili, i materiali estranei rispetto ai rifiuti differenziati e gli scarti dei processi del riciclo stesso, per sfruttare e garantire energia elettrica e calore alle comunità locali, contribuendo alla decarbonizzazione dell’economia. Insomma, il recupero energetico è sempre preferibile allo smaltimento in discarica. Lo hanno compreso bene le popolazioni del Nord Italia, ricavandoci apprezzabili benefici ambientali, economici e sociali. In conclusione, possiamo confermare che, nell’ambito della gerarchia dei rifiuti, il recupero energetico è subordinato a quello di materia, come attività complementare di quest’ultima, con l’obiettivo finale di minimizzare lo smaltimento in discarica. La direttiva UE in materia di economia circolare, stabilisce determinati obiettivi al 2035: il riciclo dovrà pesare per almeno il 65% dei rifiuti prodotti, lo smaltimento in discarica per il 10% e il 25% dei rifiuti residui dovrà essere destinato al recupero energetico. A Roma, questi obiettivi sono un miraggio. O meglio, la Città Eterna potrebbe continuare a convivere con l’immondizia per le strade e con le discariche abusive a cielo aperto, e a far viaggiare tir pieni di rifiuti, su e giù per l’Italia e per l’Europa, arrecando danni enormi all’ambiente circostante (emissioni Co2), alla salute pubblica e alle tasche dei cittadini. A meno che, questi ultimi, decidano, di comune accordo con la classe politica locale, di accettare la sfida: rendere autosufficiente la Capitale d’Italia, al fine di chiudere definitivamente il ciclo dei rifiuti, puntando, in modo specifico, sulla neutralità tecnologica.